Fare Insieme

7 giugno 2010

Milena Gabanelli, “la donna più querelata d’Italia” AL V° FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO 3/4/5/6 GIUNGO 2010


Milena Gabanelli, conduttrice di Report su RAI 2

Milena Gabanelli, conduttrice di Report su RAI 2

In 13 anni non sono stata tagliata una volta, segno che il programma è ben argomentato”

E’ stata la serata di Milena Gabanelli, “la donna più querelata d’Italia”, come l’ha definita il suo intervistatore Miguel Mora. Ma anche la donna più nominata nei cda delle società italiane, con epiteti irriferibili ma non certo gentili. La giornalista ha parlato delle difficoltà della sua professione, della fatica di “navigare” nel mare delle cause civili pretestuose, delle intimidazioni, ma anche delle soddisfazioni che si raccolgono quando un’inchiesta va a segno, quando le cose, comunque, cambiano, e allora nascono dei movimenti, ci sono interrogazioni parlamentari, le procure si muovono. Grazie all’informazione.  Da Gabanelli anche un auspicio forte, condiviso coralmente da tutta la platea: che la parte sana del Paese dica “basta”. E un invito ai giovani:
quello a seguire le proprie passioni, il proprio talento,  senza cedere a compromessi, senza ascoltare chi dice che “bisogna fare i furbi”, perché fare un lavoro gratificante è importante.

Un ‘intervista sincera e al tempo stesso piena di spirito quella “andata in scena” sul palco del Sociale. Partendo dagli esorti di “Report”, nel 1997, un programma di Rai 2 che dava spazio ai free lance, andando in onda in tarda serata. “In Rai inchieste all’epoca non ce n’erano – ha detto Gabanelli – e noi abbiamo iniziato ad occuparci di argomenti ‘strani’ come la fusione fredda, l’elettromagnetismo, fino a quando non ci hanno spostato in seconda serata. Abbiamo deciso di cominciare a occuparci di economia perché nessuno di noi ci capiva niente, io per prima. Perciò mi sono detta che se io non capisco nulla di debito pubblico o di pratiche bancarie, probabilmente ce ne sono tanti messi come me. Così abbiamo provato ad occuparci di debito pubblico e di tutte le clausoline che in banca ci fanno firmare senza spiegarcele. Sembrava di una noia mortale. Invece no. Probabilmente siamo stati bravi a trattare con chiarezza delle cose complesse, e così siamo arrivati fino ad oggi.”
Mora – del quotidiano spagnolo “El Pais” – ha incalzato: “Qual è il lato bello del suo lavoro?”
“Di certo è una sfida cercare di capire argomenti complessi e spiegarli in maniera semplice, per di più in televisione, cosa più difficile che in un giornale, perché in un giornale, se non capisci una riga, puoi tornare indietro, e rileggere, in televisione no. Ricordo una trasmissione sui derivati: in qualche modo aprì uno squarcio, spiegando al pubblico, anche ad esempio quello degli enti locali, meccanismi che sembravano incomprensibili. Smontando certi prodotti facemmo capire a tanta gente che si stava impiccando. Quando dissi al mio direttore che volevo ‘aprire’ con i derivati, mi chiese: i derivati del latte? Ecco, questo accadeva solo due anni e mezzo fa.
Poi, certo, non voglio sembrare neanche troppo naif. Tutto parte quando qualcuno ‘da dentro’, di solito qualcuno incattivito, il cosiddetto insider,  ti dice che stanno succedendo delle cose strane e lui te le può spiegare. E’ da lì che parte l’inchiesta.”
La giornalista ha ripercorso le tappe salienti della sua carriera. “Il primo mestiere che ho fatto è stato provare a vendere mobili, nella mia terra, la Brianza. Poi sono andata a Bologna a fare il Dams; dalla Brianza a Bologna, sembrava un sogno. Non ero e non sono giornalista. Sono pubblicista. Metà di quelli che lavorano con noi a fare inchieste sono pubblicisti. E questo fino a dieci giorni fa sarebbe significato, in base alla nuova legge, 4 anni di carcere per chi faceva riprese senza essere autorizzato. Il che significava non poter più documentare nulla. Ho fatto un appello, ho detto: siamo in 45.000. Si sono accorti che avevano fatto una stupidaggine e dopo due giorni l’hanno abolita.”
“Crede che ci siano anche cose positive in questa legge?”
“Credo che per quel che riguarda la questione della pubblicazione di intercettazioni riguardanti fatti strettamente privati sia necessario fare un provvedimento. Ma penso anche che non ci vogliano più di 2 minuti, visto che si è varata una Finanziaria in 9. Sono  settimane che i nostri parlamentari cercano di stabilire cosa si potrà sapere e cosa no. Io penso che così com’è questa proposta di legge sia un orrore, spero che non passi. Per la stampa e per il sistema della giustizia, che ha bisogno di una riforma profonda, e non è questa. Io non faccio politica, la politica non la capisco, non miro a spostare voti, non mi pagano per questo. L’opposizione, mi pare sia sotto gli occhi di tutti, è debolissima, inesistente. Però anche il popolo italiano si fa poco sentire”. Applausi scroscianti in sala dopo quest’ultima affermazione.
L’ammontare delle cause civili della Gabanelli – inaugurata con quella (persa) delle Ferrovie dello Stato, nel 2004 – è infinita. “Le cause civili ti infilano in una trafila che dura dai 4 ai 10 anni. Io lavoro per un grande editore, sono fortunata. Un piccolo editore non potrebbe farcela. Devi anticipare le spese legali, è impossibile. Il totale delle cause civili che abbiamo collezionato è per 300 milioni. Di queste circa 35 cause civili, comunque, almeno il 70% sono pretestuose. E questo è il vero limite. Se questa legge folle non si farà il problema comunque resterà, ed è un buco legislativo che davvero limita la libertà di stampa. Stiamo parlando di cause che richiedono la tua presenza in tribunale, metà del tuo tempo lo devi passare con gli avvocati a difenderti. Nel diritto anglosassone, dove la libertà di stampa è un valore civile e sociale, è previsto che colui che intenta una causa intimidatoria, fondata sul niente, venga condannato a pagare dei danni anche altissimi. In Italia il nostro codice di procedura civile prevede sanzioni per cause intimidatorie, ma sono sanzioni ridicole (perché basate su valutazioni tecniche) e quasi mai applicate. Nel diritto anglosassone, ripeto, non è così: lì viene punito chi limita la libertà di stampa, che è considerata un valore. Dovremmo prendere ad esempio il diritto anglosassone e coprire questo buco legislativo. Con il nostro sistema legislativo fare giornalismo d’inchiesta è da incoscienti.”
Dopo avere spiegato le sue traversie con Tremonti e l’Agicom, Gabanelli, sollecitata da Mora, ha brevemente accennato ai suoi rapporti con l’editore. “Io non sputo nel piatto dove mangio. Faccio la mia lotta quotidiana e il mio direttore con me. In 13 anni non sono mai stata censurata di una parola. A volte ci sono state delle grandi discussioni, momenti problematici. Una volta siamo stati a discutere un taglio fino a mezzanotte, con il direttore generale. Alla fine non è stato tagliato un frame. L’impressione di essere amata non ce l’ho, ma a volte a uno non succede nemmeno a casa.”
Lungo l’elenco dei manager e delle società che hanno fatto causa a “Report”. Meno lungo quello dei politici (e in genere si tratta di figure di secondo piano).
Il quadro del Paese, come appare anche dalle inchieste della giornalista, è tragico. Ma la speranza non è venuta meno. “Spero che un giorno ci sia una rivolta contro questo malcostume e questa indifferenza. C’è chi delinque, chi evade, ma anche chi vede e tace, pur essendo una persona per bene. Detto questo ogni mattina c’è un treno che parte, una scuola che apre, un ospedale che cura, il che significa che c’è chi ancora lavora bene. Altrimenti non si spiegherebbe perché da trent’anni l’Italia sembra finita ma poi, comparandoci con gli altri, non sembriamo quelli messi peggio. Spero che la parte più sana del Paese una mattina dica ‘basta’.  E comunque, quando le denunce sono motivate, vanno a segno. Un’inchiesta importante è partita da Trento. Un’altra per la confessione di un tassista. Abbiamo impedito per puro caso che nel decreto Alitalia ci finisse il decreto salvamanager; era già passato alla Camera, doveva andare al Senato. Senza contare che è importante anche il più piccolo comportamento, quello ad esempio che adottiamo al supermercato. E’ questa la ribellione più grande. Non delegare, neanche ai giornalisti. Chiedere conto. Agire in prima persona. Ognuno deve fare la sua parte.”
Una domanda fra le tante dal pubblico: “Non le manca il fatto di non poter parlare dell’Italia con la schiena dritta?”
“Ci proviamo, con le good news. Alle volte funziona, altre volte devi fermarti prima che le good diventino bad news. In ogni puntata cerchiamo comunque di tirare fuori la parte sana della situazione. Non è sempre facile. Facciamo un programma di denuncia. Siamo rimasti in pochi a farlo. Se ci mettiamo a parlare delle cose ‘belle’ poi si direbbe: chi fa la denuncia? Certo, parlare anche dell’ospedale o della scuola che funzionano è utile, se non altro per chi è in buona fede e vuole far funzionare le cose. Ma non ho la presunzione di raccontare la verità. E’ una parola troppo grossa. Diciamo qualcosa di verosimile.”
Certo, c’è un costo. Ci sono le minacce, le lettere intimidatorie. Gabanelli non considera tutto questo una “notizia”.
“Quando uno fa questo mestiere, si espone. E’ già tutto nel conto. Se dessi un peso a queste cose, dovrei cambiare mestiere.”

riportato dal sito: http://2010.festivaleconomia.eu

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