Fare Insieme

24 marzo 2010

Roberto Saviano: Per un voto onesto servirebbe l’Onu


Roberto Saviano, photo-by-Leonardo-Cendamo

Da La Repubblica, articolo del 20/03/10
Dalla sezione: Articoli, Scritti
Per un voto onesto servirebbe l’Onu.

“La dis­per­azione più grave che possa impadronirsi di una soci­età è il dub­bio che vivere ones­ta­mente sia inutile. E questa dis­per­azione avvolge il mio paese da molto tempo”. È una rif­les­sione che Cor­rado Alvaro, scrit­tore cal­abrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita.
E io non ho paura a dirlo: è nec­es­sario che il nos­tro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito con­tro, per un’affermazione del genere.
Chi pensa che questa sia un’esagerazione, sap­pia che l’Italia è un paese sotto asse­dio. In Cal­abria su 50 con­siglieri region­ali 35 sono stati inquisiti o con­dan­nati.
E tutto accade nella più totale accondis­cen­denza. Nel silen­zio. Quale altro paese lo ammetterebbe?

Quello che in altri Stati sarebbe con­sid­er­ato veleno, in Italia è pasto quo­tid­i­ano: dai più pic­coli Comuni sino alla ges­tione delle province e delle regioni, non c’è luogo in cui la cor­ruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L’ingiustizia ha ormai un sapore che non ci dis­gusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stom­aco, né l’orgoglio.
Ma come è potuto accadere?
Il solo dub­bio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il pro­prio voto e quindi la pro­pria opin­ione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e sep­pel­lisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.

Il senso del “è tutto inutile” toglie sper­anza nel futuro, e ormai sono sem­pre di più col­oro che abban­do­nano la pro­pria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lon­tano da questa ver­gogna.
Io non voglio arren­dermi a un’Italia così, a un’Italia che costringe i pro­pri gio­vani ad andar via per ver­gogna e man­canza di sper­anza.
Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all’Osce, all’Onu, alla Comu­nità euro­pea di inviare osser­va­tori nei ter­ri­tori più dif­fi­cili, durante le fasi ultime della cam­pagna elet­torale per garan­tire la rego­lar­ità di tutte le fasi del voto. Ci vor­rebbe un con­trollo che qui non si riesce più a esercitare.

Ciò che rius­ci­amo a val­utare, a occhio nudo, sono i rib­al­toni, i voltafac­cia, i casi ecla­tanti in cui per ridare dig­nità alla cosa pub­blica un politico, mag­ari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov’è.
Ma non rius­ci­amo a esercitare un con­trollo che costringa la polit­ica ital­iana a guardarsi allo spec­chio vera­mente, per­ché lo spec­chio che usi­amo riesce a riflet­tere solo gli strati più super­fi­ciali della realtà.
Ci indig­ni­amo per politici come l’imputata San­dra Lonardo Mas­tella che dall’esilio si rici­cla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il can­didato a gov­er­na­tore in Cam­pa­nia del Pdl, Ste­fano Cal­doro.
Per Fiorella Bilan­cio, che aveva tappez­zato Napoli di man­i­festi del Pdl ma all’ultimo momento è stata can­cel­lata dalla lista del par­tito e ha accettato la can­di­datura nell’Udc. Così sui man­i­festi c’è il sim­bolo di un par­tito ma lei si can­dida per un altro.

Ci indig­ni­amo per la vicenda dell’ex con­sigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, can­didatosi nuo­va­mente nonos­tante una con­danna in primo grado a due anni e otto mesi per asso­ci­azione camor­ris­tica e per giunta questa volta nel Pdl.
Ci indig­ni­amo per­ché il sot­toseg­re­tario all’economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d’arresto, mantiene la pro­pria posizione senza pen­sare di las­ciare il suo incar­ico di sot­toseg­re­tario e di coor­di­na­tore regionale del Pdl.

Ci indig­ni­amo per­ché è pos­si­bile che un sen­a­tore possa essere eletto nella cir­co­scrizione Estero con i voti della ‘ndrangheta, com’è accaduto a Nicola Di Giro­lamo, coin­volto anche, sec­ondo l’accusa, nella mega-truffa di Fast­web.
Ci indig­ni­amo, infine, per­ché alla crim­i­nal­ità orga­niz­zata è con­sen­tito gestire locali di lusso nel cuore della nos­tra cap­i­tale, come il Café de Paris a via Vit­to­rio Veneto.
Ascolti­amo alli­biti la com­mis­sione par­la­mentare anti­mafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da atten­zionare nelle liste del centrosinistra.

E ad oggi il cen­trosin­is­tra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni can­didato nel Pd a Vibo Valen­tia. Sua figlia fu trovata in casa con un lati­tante di ‘ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo can­didato Pd nel Cosentino, rin­vi­ato a giudizio nell’inchiesta Why not. Di Diego Tom­masi can­didato Pd anche lui nel Cosentino e coin­volto nell’inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco can­didato Pd nel Reg­gino, che non è inda­gato, ma il cui nome spunta fuori nell’ambito delle inter­cettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tom­maso Costa ha for­nito, per gli inquirenti, il pro­prio sostegno elet­torale a Luciano Racco in occa­sione delle Europee del 2004 che vede­vano Racco can­didato nella lista “Social­isti Uniti” della cir­co­scrizione merid­ionale. Tutte le inter­cettazioni sono deposi­tate nel processo “Let­tera Morta” con­tro il clan Costa ed in quelle per l’uccisione del gio­vane com­mer­ciante di Siderno Gian­luca Congiusta.

A tutto questo non pos­si­amo rimanere indif­fer­enti e ci indig­ni­amo per­ché fac­ciamo delle val­u­tazioni che vanno oltre il — o ven­gono prima del — diritto, val­u­tazioni in mer­ito all’opportunità polit­ica e alla pos­si­bil­ità di votare per pro­fes­sion­isti che non cam­bino bandiera a sec­onda di chi sta alla mag­gio­ranza e all’opposizione. Trasfor­marsi, rici­clarsi, man­tenere il pro­prio posto, l’antica prassi della polit­ica ital­iana non è sem­plice­mente una aber­razione. È ormai con­sid­er­ata un’abitudine, una specie di vizio, di even­tu­al­ità che ogni elet­tore deve suo mal­grado met­tere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non suc­ceda. È un tradi­mento che quasi si per­dona con un’alzata di spalle come quello d’un mar­ito troppo spen­sier­ato che scivola nelle lenzuola di un’altra donna.

Ma si pos­sono barattare le pro­prie attese e i pro­pri sogni per la leg­gerezza e per il cin­ismo di qual­cun altro?
Ora­mai si parte dal pre­sup­posto che la polit­ica non abbia un per­corso, non abbia idee e prog­etti. Eppure la gente con­tinua ad aspet­tarsi altro, con­tinua a chiedere altro.

Dov’è finito l’orgoglio della mis­sione polit­ica? La respon­s­abil­ità di par­lare a nome di un elet­torato? Dov’è finita la con­sapev­olezza che le parole e le promesse sono respon­s­abil­ità che ci si assume? E la con­sapev­olezza che un par­tito, un gruppo politico, senza una linea pre­cisa, non è niente? Eppure pro­prio questo è diven­tata, nella mag­gio­ranza dei casi, la polit­ica ital­iana: niente, spillette col­orate da appun­tarsi al bavero del doppi­opetto. Senza più cred­i­bil­ità. Con­teni­tori vuoti da riem­pire con parole e a volte nem­meno più con quelle. A volte si è divenuti addirit­tura inca­paci di servirsi delle parole.

Quando la polit­ica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nes­suno più di loro riesce a dare certezze — certezza di un lavoro, di uno stipen­dio, di una sis­temazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l’obbedienza al clan. È ter­ri­bile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la for­nisce. Con chi ti paga la mesata, l’avvocato. Non è questo il tempo per moral­ismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.

Solo quando la polit­ica smet­terà di somigliare al potere mafioso — meno crudele, certo, ma meno forte e solido — solo quando cesserà di essere iden­ti­fi­cato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà pos­si­bile dare un’alternativa vera e vin­cente.
Anche nei paesi dom­i­nati dalle mafie è pos­si­bile essere un’alternativa.
Lo sono già i com­mer­cianti che non si pie­gano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.

Del resto, quello che più d’ogni altra cosa dob­bi­amo com­pren­dere è che le mafie sono un prob­lema inter­nazionale e inter­nazional­mente vanno con­trastate.
L’Italia non può farcela da sola. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali stanno mod­i­f­i­cando le strut­ture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa con­sid­er­ano i cartelli crim­i­nali ital­iani tra le prime cause di inquina­mento del libero mer­cato mon­di­ale. Sapendo che il Mes­sico ora­mai è divenuto una nar­codemocrazia la nos­tra rischia di essere, se non lo è già diven­tata una democrazia a cap­i­tale camor­rista e ndranghetista.

Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclu­si­va­mente un prob­lema legato al lavoro, a un ral­len­ta­mento della domanda e dell’offerta. Qui ancora non si è com­preso davvero che uscire dalla crisi sig­nifica cer­care alter­na­tive all’economia crim­i­nale. E non basta la mil­i­ta­riz­zazione del ter­ri­to­rio. Non bas­tano le con­fis­che dei beni. Bisogna arginare la cor­ruzione, le col­lu­sioni, gli accordi sot­to­banco. Bisogna porre un freno alla ricat­ta­bil­ità della polit­ica, e come per un can­cro cer­care ovunque le sue proliferazioni.

Sarebbe triste che i cit­ta­dini, gli elet­tori ital­iani, dovessero riv­ol­gersi all’Onu, all’Unione Euro­pea, all’Osce per vedere garan­tito un diritto che ogni democrazia occi­den­tale deve con­sid­er­are nor­male : la pulizia e la rego­lar­ità delle elezioni.
Dovrebbe essere nor­male sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di for­mazione o per delle bol­lette pagate. Che la polit­ica non è solo uno scam­bio di favori, una strada furba per ottenere qual­cosa che senza pagare il potere sarebbe impos­si­bile rag­giun­gere. Che restare in Italia, vivere e parte­ci­pare è nec­es­sario. Che la felic­ità non è un sogno da bam­bini ma un oriz­zonte di diritto.

©2010 Roberto Saviano/Agenzia Santachiara
Pubblicato il: 20 marzo 2010 da: redazione

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